Puntata 23 – La moda etica

Daniele, Anna e Lara

Non ci rendiamo conto di quanto il nostro abbigliamento incida sull’inquinamento ambientale. Una moda etica, capace di rispettare uomo e ambiente, può essere la risposta al consumo sfrenato di risorse. Affronto l’argomento con Daniele e Anna di Etico – negozio imperfetto in una puntata davvero speciale.


L’argomento della puntata di oggi è la moda etica. Si tratta di una puntata particolare perchè registrata all’interno di Etico, negozio imperfetto a Imola. I miei ospiti sono Daniele Fabbri e Anna Martelli che ci spiegheranno il progetto che stanno portando avanti con la cooperativa Officina Immaginata.

Daniele partiamo da te, presentati ai nostri ascoltatori.

Ciao, sono Daniele Fabbri, e sono il presidente di Officina Immaginata. Oggi Officina Immaginata è una cooperativa sociale con 20 dipendenti e 17 soci. Siamo nati nel 2013, dalla volontà di alcuni amici di provare a dare risposta ai bisogni educativi, sociali e culturali che vedevamo nel nostro territorio. Dopo tanti anni di volontariato in ambito educativo e sociale, nel 2013 abbiamo deciso di dare vita a un’associazione perchè i servizi fossero effettivamente un vero e proprio lavoro. Da lì alla cooperativa il passo è stato breve. Nel 2014 ci siamo trasformati in cooperativa sociale.

Siamo piccoli ma molto eterogenei, con diverse aree di lavoro, nelle quali lavoriamo per rispondere ai nuovi bisogni emergenti con servizi vicino ai luoghi di vita delle persone, unendo target diversi, con un’attenzione all’impatto delle nuove tecnologie e agli stili vita sostenibili individuali e comunitari. 

In Officina lavoriamo perchè ogni socio o dipendente, ma non solo, possa avere la possibilità di pensare, progettare, creare nuovi servizi e progetti. In questo modo abbiamo dato vita diverse aree di lavoro: i doposcuola, l’animazione di comunità e ovviamente… Etico. 

Due anni fa, alcuni soci e dipendenti, in particolare Anna, Lucia, Francesca ci hanno fatto capire l’importanza della moda etica e sostenibile come risposta ai crescenti e urgenti problemi ambientali, sociali, di sfruttamento dei lavoratori che causa la moda Fast Fashion. 

Faccio adesso una domanda ad Anna. Ti chiedo si presentarti e di raccontare come sei approdata a lavorare in questo negozio così speciale

Ciao, mi chiamo Anna Martelli, mi sono laureata due anni fa alla facoltà di Culture e Tecniche della Moda a Rimini. Qualche mese prima che mi laureassi mi è stato proposto dai soci della Cooperativa Officina Immaginata di collaborare per aprire un temporary shop di moda etica nell’ex bar Bacchilega.

Quello che poi doveva essere un temporary di un mese ha finito per durare 3 mesi- Ciò ci ha fatto pensare che potesse essere un progetto sostenibile anche a lungo termine; così abbiamo iniziato a cercare uno spazio nel centro storico che potesse accogliere un negozio ed essere, allo stesso tempo, adatto anche per eventi, che sono parte integrante del progetto.

A partire da Progetto Quid, che ci ha permesso di iniziare il tutto, un po’ alla volta abbiamo deciso di inserire anche altri brand che condividessero i valori di una moda etica, consapevole e sostenibile, rispettosa quindi dell’ambiente e dei lavoratori.

Abbiamo privilegiato progetti del territorio, piccoli artigiani e cooperative sociali che si occupano dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate e che utilizzano materie prime sostenibili o di recupero. Stiamo inoltre cercando di promuovere artisti e designer locali che faticherebbero a trovare uno spazio per farsi conoscere attraverso mostre, esposizioni temporanee e mostre, come quella che abbiamo ora qui in negozio. Tra i vari brand di abbigliamento fissi che abbiamo Progetto Quid, Bip, Malefatte, Maglidee, Madam, Thinking Mu, Altromercato. Collaborazioni attuali: Gimini, Pap, Polly’s.

Anna e Daniele, secondo voi quindi la moda può essere una forma di comunicazione? Se sì può veicolare un messaggio ambientalista?

La moda è sicuramente un enorme mezzo di comunicazione: quello che scegliamo di indossare è infatti il primo elemento che a colpo d’occhio dà informazioni sul nostro essere, sull’atteggiamento che abbiamo nei confronti degli altri e, viceversa, influenza il comportamento che gli altri avranno nei nostri confronti. Pensiamo ad esempio alla scelta di un abito succinto, con colori sgargianti in opposizione ad un abito sobrio ed accollato: a livello comunicativo la differenza è enorme e di conseguenza l’atteggiamento che gli altri avranno nei nostri confronti è anch’esso molto differente.

L’abito in generale, deve essere analizzato come un elemento culturale, un prodotto creativo della società: è un’immagine standardizzata di comportamenti collettivi inattesi. Partendo da questo presupposto, si può dare all’abito un messaggio specifico che verrà percepito da chi ci sta di fronte proprio attraverso il nostro modo di abbigliarci.

I messaggi possono essere i più svariati e molteplici, tra questi sicuramente quello di mostrarsi consumatori consapevoli e responsabili attraverso la scelta d’acquisto di una moda etica ed in particolare ecosostenibile, quindi rispettosa dell’ambiente, negli ultimi anni è sempre più in crescita. Sempre più aziende e consumatori sono infatti convinti che il rispetto per l’ambiente e per la salute passi anche dagli abiti. Inoltre accade sempre più spesso che, per dimostrare il proprio impegno nei confronti dell’ambiente, molte realtà uniscano all’acquisto del capo qualcosa che aumenti il valore del capo aumentando il suo spessore sociale o ambientale.

Ad esempio “Be Inspiring People”, progetto che abbiamo qui della vicina Lugo, oltre ad utilizzare t-shirt e body prodotti in una factory in India che utilizza fonti di energia rinnovabili ed a valorizzare il ricamo fatto a mano, dona anche l’1% del proprio fatturato annuale ad una causa sociale o ambientale. L’acquisto che fa del bene dà infatti più soddisfazione di quello fine a sé stesso.

A me piace ciò che è bello. Credo che ci sia una forma di pregiudizio versi chi si ritiene attento all’ambiente, per cui pur di non consumare nuove risorse deve rinunciare ad esprimere un proprio gusti, una propria estetica. Ne avevo già parlato in una intervista nella puntata 4 con una intervista a Diego Villa. Diego ha uno stile di vita molo sobrio e ha rinunciato a fare molti acquisti.
Anna tu, che hai un background di studio della moda, cosa ne pensi? Questa attenzione al riuso non ci porta ad accontentarci di quel che c’è e quindi a rinunciare alla bellezza?

Partirei inizialmente dal pensiero comune sul fatto che la moda per essere etica debba necessariamente avere uno stile etnico. Si tratta il più delle volte di prodotti realizzati da artigiani che vivono in alcuni dei paesi più poveri del mondo e che utilizzano materiali che riportano ad uno stile prettamente etnico.

Ad oggi però, sono tantissime le realtà che partendo dalle più svariate risorse realizzano una moda etica in linea con le tendenze del momento.

Come negozio poi, per andare incontro al problema dello spreco, che nei negozi di abbigliamento è in gran parte rappresentato dall’invenduto, abbiamo cercato di andare ad agire sui capi reinventandoli, dandogli quindi nuova vita, nuova bellezza e nuova utilità. E’ nato così il nostro Obiettivo Spreco Zero. Questo concept in realtà si manifesta in vari progetti:

  • recupero di scampoli di tessuto per creare nuovi prodotti (elastici, fasce, spille, portachiavi) con il contributo dell’arte de ricamo di Anne Marie (inserimento lavorativo di persona in una situazione di fragilità)
  • creazione di piccoli sacchetti portagioie per concludere con amore ogni acquisto di bijoux
  • appunto l’upcycling di collezioni passate reinventando capi di abbigliamento rendendoli più interessanti e modificandone la linea, permettendo la vendita di tali passate collezioni durante tutta la nuova stagione, affinchè l’acquisto non sia dettato da regole di vendita pressanti e anti-etiche.

Quali sono 3 suggerimenti che vorreste dare agli ascoltatori per ridurre l’impatto ambientale del loro armadio?

La prima cosa da fare per ridurre l’impatto ambientale del proprio armadio sarebbe quella di limitarsi nel comprare compulsivamente capi che finirebbero per essere utilizzati solo qualche volta per la nostra continua ricerca del nuovo o che non durano più di una stagione per la scarsa qualità del prodotto. Non è di certo un passaggio immediato ma è importante uscire quindi dall’ottica dell’acquisto compulsivo, che comporta il comprare senza riflettere su come un capo è stato prodotto e da chi.

A questo proposito è importante porre l’attenzione anche sul fatto che quando si parla di inquinamento ambientale in fatto di abbigliamento, una parte importante riguarda il lavaggio degli indumenti, i quali ad ogni lavaggio rilasciano nel sistema idrico microfibre che inquinano l’oceano ed entrano nella catena alimentare. È importante quindi fare attenzione a quanto e come laviamo, ai prodotti che utilizziamo e anche a come li asciughiamo: vedi l’asciugatrice gli abiti durano meno e si usa l’elettricità.

Spesso si sente dire che acquistare in modo etico debba essere necessariamente più costoso, quindi un ultimo consiglio che possiamo darvi è quello di ricercare realtà ed iniziative del territorio che promuovano un riciclo o il riutilizzo dei capi. Mercatini vintage e dell’usato, ma anche iniziative di swapping, come quella lanciata proprio da due ragazze imolesi chiamata “Swapping Day” con le quali abbiamo infatti in programma per l’anno nuovo un evento in collaborazione proprio per sensibilizzare sul tema. L’idea alla base è quella che un capo in buone condizioni che per noi non è più interessante, potrebbe esserlo per qualcun altro proprio come un capo nuovo, con la possibilità quindi di fare uno scambio vantaggioso per tutti.

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